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Apologia del vocale

novembre 4, 2020

Oggi Giuliano Ubezio ha lanciato dalle sue stories una provocazione: “Odio i vocali di più di un minuto”, proponendone l’abolizione. Ho chiesto perdono, perché sono tra coloro che riescono a mandarne anche di ben più lunghi.

So che può scocciare al destinatario perché “Eh maccheccazz, e adesso quando lo sento? Ma non c’è l’anteprima, chissà che cazzo vuole questa! Ma non poteva scrivere,così leggevo direttamente! 14 minuti? Ma non poteva chiamarmi?”. No, no e no.

Mando vocali perché sono prolissa, soprattutto quando devo esprimere concetti per me importanti. Non riesco a digitarli, ho bisogno di sentire che escono dalla mia bocca per elaborarli, di sentire la voce rotta o felice per realizzare di esserlo davvero. Poi passa, fa parte della mia terapia.

Non ti chiamo perché non sempre si può. Siate sinceri, se già vi scoccia ascoltare un vocale che potete decidere di interrompere quando volete, davvero stareste ad ascoltarmi mentre vi parlo dal vivo?

Perché se c’è una cosa che qualcuno che non c’è più mi ha insegnato, è l’importanza della presenza: non basta che tu sia dall’altra parte del telefono, tu ci devi proprio essere. Stare al telefono è come fare l’amore: devi essere lì, per me e con me, altrimenti meglio che faccia da sola.

Mando vocali finché ho una voce: Teo è stato obbligato dalla malattia a digitare e basta a un certo punto perché non ne aveva più. Io ce l’ho ancora e quindi voglio lasciarla come traccia di me, quanto mi ricordo con gioia i suoi “Ti amo” squillanti attraverso il telefono!

Infine, mando vocali perché mi sembra più umano: di questi tempi, in cui non posso vederti, non posso toccarti, ti lascio almeno la mia voce, che spero possa avvolgerti, abbracciarti.

Essere soli è una brutta bestia e credetemi, anche il più piccolo espediente patetico può farti sentire meglio. Perciò scusatemi se magari trovate un mio vocale di troppo, cercherò di contenermi, ma magari è solo perché volevo abbracciarvi meglio. O farmi abbracciare, una volta tanto. Come questa notte, che mi sembra non finire mai.

Credits foto: Pixabay
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by Francesca Favotto | no comment
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Chi sono

"...Non è Francesca", recita la canzone di Battisti. E invece sì, son proprio io.
Nasco a metà degli anni Ottanta, la settimana in cui i Dire Straits dominavano le classifiche mondiali con il loro successo ‘Money for nothing’, sotto il segno della Bilancia, ascendente Leone. Determinata e tenace, innamorata della vita e del bello, appassionata di musica fino al midollo (grazie ai Dire Straits nel mio trigono), sin da piccola preferisco i temi di italiano alle equazioni di algebra, inclinazione che mi porta a intraprendere studi a carattere umanistico. Linguista per necessità, ma giornalista per passione, ben presto scopro quant’è bello e divertente girare come una trottola in cerca di notizie. La serie tv ‘Sex and the city’ dà il colpo di grazia al mio destino: la vita di Carrie Bradshaw è troppo bella per non provare a realizzarla!

Un’insana passione per lo shopping unita alla curiosità per il fashion biz mi aiutano quindi a ‘masterizzarmi’ in Giornalismo di Moda, titolo che mi apre la strada in un settore pieno di sogni e di amore: quello del matrimonio! Fidanzata da quindici anni, cerco di apprendere più nozioni possibili sull’argomento, applicandole nella vita a due. A un rimpianto preferisco un rimorso, a un muso lungo un sorriso, al bicchiere mezzo vuoto sempre quello mezzo pieno, a una vita senza sogni per paura di non riuscire ad avverarli, ne preferisco una piena di cicatrici e sudore nel tentativo di esaudirli. Sognavo la vita di Carrie… e intanto non mi accorgevo che la mia è pure meglio.

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