Oggi per la Festa della Donna voglio raccontarvi la storia di un uomo. Un uomo di cui mi è capitata la foto sotto gli occhi a inizio di una settimana pesante. Ma vederlo, così inaspettatamente su Facebook, mi ha sollevato da ogni tristezza.
So poco di cosa abbia fatto prima di conoscermi. So che ha combattuto in guerra, che è stato prigioniero in Russia, che ha conosciuto sua moglie, si sono sposati nel gennaio del 1954 e da lì a poco sono diventati genitori del primogenito, primo di quattro figli. So che erano una famiglia umile: il pane a volte non bastava, la tv quando arrivò nelle case degli italiani, non arrivò nella loro. Ma erano felici, avevano qualche buco nelle scarpe, ma la fede nel cuore.
Quando lo conobbi io, fu amore a prima vista. Mi insegnò la disciplina e l’umiltà, testa bassa e lavorare. Mi insegnò quanto era bella la domenica, con il coniglio e la polenta sulla stufa, a cuocere lentamente e noi tutti insieme, prima alla messa e poi a tavola. Mi insegnò la pazienza e la passione: aveva un orto degno di un contadino, con una serra gigante in cui poter giocare e saltare giù dai covoni di fieno. Mi insegnò l’amore: per quanto si possa essere arrabbiati con la consorte, si deve sempre tornare a casa a fare la pace. Mi insegnò la rinuncia: per giocare a carte insieme, saltava anche le puntate del suo amato “Beautiful”. Mi insegnò l’amore per la cultura: aveva solo la quinta elementare, ma di lui ricorderò sempre quando inforcava i suoi occhiali tenuti insieme con lo scotch per leggere “Guerra e pace” di Tolstoj. Mi insegnò la mancanza: se n’è andato quando avevo più bisogno di lui, ma in tutto quello che ho fatto so che c’era la sua benedizione dall’alto.
Quest’uomo era mio nonno. E se oggi sono la donna che sono, è anche merito suo. Ché dietro grandi persone, vi sono altrettante persone straordinarie, dicono.
Perciò, grazie nonno. Per l’amore, i ricordi, ma soprattutto per l’esempio, ché è con quello che si diventa grandi. In tutti i sensi.

No Comment