“Che cazzo c’avrà mai da piangere, quello? C’è gente che non arriva a fine mese e ha una famiglia da sfamare: quelli devono piangere, non un milionario che va in pensione a 40 anni dopo 25 anni passati a calciare un pallone e nemmeno tutti i cretini che si stanno commuovendo dietro a lui”.
Sacrosanto, ma ora cerco di spiegarvi il #TottiDay visto da me.
Domenica sera io e Teo abbiamo seguito in parte la cerimonia di saluto al Capitano della Roma. Andando a cena dal nostro caro amico Re, abbiamo seguito alla radio il discorso d’addio. Piangevamo, entrambi. Lui juventino, io interista. Ma piangevamo come due vitelli. Non sapremmo dire perchè, ma piangevamo.
È necessaria una doverosa premessa: il Re è uno degli amici fraterni di Teo, si conoscono da più di 30 anni, sono cresciuti insieme nello stesso quartiere, quel quartiere che si sviluppa intorno a un parchetto, dove loro da piccolini sono diventati grandi, tirando calci a un pallone e coltivando sogni, insieme. Io e Teo tuttora abitiamo lì, lui si è trasferito altrove con la compagna tre anni fa.
Domenica sera durante la cena a casa loro, siamo capitati sul discorso che a lui piacerebbe tornare a vivere al parchetto, ma lei non ci vuol sentire. Allora per convincerla, le ho tirato la battuta: “Ti immagini, Regina, io e te vicine di casa… E poi i nostri bimbi a giocare insieme con i loro papà, nel parchetto dove sono cresciuti un tempo”. Al che succede una cosa inaspettata: Teo scoppia a piangere. Sommessamente, di nascosto come fanno gli uomini, ma sotto le mani che sfregavano gli occhi, ho visto diverse lacrime rigargli la faccia.
Al ritorno, in macchina gli ho chiesto il motivo: “Sai, l’idea di riavere il mio amico di una vita vicino a me e poi di immaginare mio figlio e il suo crescere insieme sullo stesso prato, insieme a noi, mi ha commosso. Dev’essere stato anche per Totti così, no? Per lui l’Olimpico è come il parchetto per me: casa mia. Io lì sono invincibile, non ho paura di niente, niente di brutto mi può succedere. Io lì ho solo ricordi belli. Piangeva per il passato, ma anche per il futuro: magari come me, immaginava Cristian diventare grande e forte e pieno di sogni come lui”.
Ecco perchè piangevamo domenica sera. E statene certi, nè io nè lui siamo persone che non hanno versato lacrime abbastanza per cose serie: in una casa che pagheremo con i nostri sacrifici, senza mettere quasi nulla da parte a fine mese, abitiamo in 3: io, lui e il suo tumore, quindi possiamo ben dirci parte di quella schiera di italiani sfigati che non dovrebbero piangere per queste “cazzate”. Eppure domenica piangevamo. E insieme a noi, buona parte di quelli che non arrivano a fine mese, ne sono sicura. Gente che è stata derubata di un futuro, ma non della voglia di sognare.
Forse, ogni tanto a voi pochi eletti che piangete solo per cose serie, un piantino superficiale vi farebbe bene: per fare uscire un po’ del livore che ve rosica dentro. Che coi sogni, il denaro non c’entra un cazzo: non per nulla, si impara da bambini. Ma che ne sapete voi: a quell’età stavate certamente occupandovi di cose ben più edificanti. A parole. Come sempre.

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