“E tu, chissà dove sei
anima fragile,
che mi ascoltavi immobile,
ma senza ridere”.
Vasco Rossi
Voi lo sapete dove vanno a finire le anime dei morti? Lasciate che vi racconti una storia.
Stamattina stavo ripulendo la casella dei messaggi ricevuti della mail, per fare spazio a nuove missive. Ripulivo senza soffermarmi a pensare se fossero state cose che sarebbero potute servirmi ancora, perché la risposta era no. Se finora erano giaciute dimenticate lì, ingolfando la memoria, di certo non mi sarebbero tornate utili adesso. Così ho schiacciato “Cancella”: i file, le tabelle, anche le foto di Teo.
Così credo sia anche per i nostri morti. Li parcheggiamo al cimitero, nell’attesa di andare a vedere se ci possono tornare utili per risvegliare la coscienza una volta l’anno. Ma la risposta è che no. Non è pensarci quella volta che fa la differenza, ma pensarci tutti i giorni.
Io penso a mio nonno Ino, con le sue gambe storte e il suo minestrone sulla stufa.
Penso a mia nonna Isetta, le sue pizzette del sabato sera e il suo rosario pregato a bassa voce tutti i giorni.
Penso a mia nonna Teresa, le sue merende abbondanti e i suoi vestiti cuciti a mano.
Penso a mia zia Antonella, le gite in montagna e il suo sorriso timido.
Penso alla nonna Giuanina, al suo volermi bene come fossi nipote sua.
Penso a Bubù, la sua immensa voglia di vivere e la sua grande dignità anche durante la malattia.
Chi abbiamo amato, se l’abbiamo amato veramente, lo continueremo ad amare anche dopo. Anche senza accumulare cose e ricordi. Ché l’unico modo per capire se ci hanno lasciato qualcosa è frugare nella mente, ma soprattutto nel cuore.

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