* Voglio restare con te per sempre. Vuoi sposarmi?
“L’arte dell’amore
s’impara
tra le rughe del tempo”.
Haiku giapponese
Sono sempre e da sempre affascinata dal Giappone. Una terra così lontana da noi, sia fisicamente che di mentalità. Da piccola sarà stato perché ero assidua fan del cartone animato giapponese ‘Kiss me Licia’, ambientato a Tokyo, credo, alle pendici del monte Fuji e ad ogni puntata mi ripromettevo sempre che da grande sarei andata a trovare zio Marrabbio, Mirko e Licia proprio lì, nella terra del sol levante. Poi crescendo, la fascinazione subita da questo Paese è stata sempre maggiore: le loro usanze, il loro abbigliamento, i loro gesti (per ora visti e vissuti soltanto attraverso film e libri), tutto mi faceva pensare a un popolo elegante, alla costante ricerca della perfezione e a una terra dove modernità e tradizione, sacro e profano, passato, presente e futuro convivono alla perfezione senza entrare in conflitto mai. Sensazioni confermate da chi ci è già stato e mi ha portato la sua testimonianza e che spero di poter vivere al più presto di persona.
Sarà stato per questo allora che non appena Susanna, una mia ex compagna di università, mi ha detto di avere delle foto bellissime su dei matrimoni giapponesi, io le ho chiesto immediatamente di passarmele per farne un post sul mio blog. Avendo avuto la fortuna di aver partecipato a uno di questi, quello dei suoi amici Stefano e Yuko, lui italiano e lei giapponese, entrambi conosciuti a Londra dove lavorano insieme, mi sono fatta raccontare tutto sulle usanze e le tradizioni che accompagnano la cerimonia più romantica di tutte.
“I miei amici si sono sposati secondo il rito scintoista nella cappella interna dell’albergo, dove poi si è svolto anche il ricevimento. Lo scintoismo prevede l’adorazione dei Kami, ovvero gli spiriti della natura o semplicemente le presenze spirituali. Il nostro Dio in giapponese viene tradotto come ‘kami’. Anche se non sei scintoista ma di un’altra religione ti puoi sposare lo stesso nel tempio perché il celebrante impartisce una benedizione speciale alla coppia. Là stanno prendendo piede molte delle nostre usanze occidentali, come l’addio al nubilato, anche se Yuko l’ha fatto a Londra”.
E com’è l’abbigliamento tradizionale nel giorno più bello? “I miei amici si sono sposati con il kimono: lei ne aveva uno bianco durante la cerimonia, ma poi è usanza durante il banchetto per gli sposi cambiarsi di abito, una o due volte. Chi decide di cambiarsi una volta a metà pranzo nuziale, può indossare direttamente un abito all’occidentale, ma chi decide di cambiarsi due volte, mette prima un altro kimono colorato e poi per l’ultimo cambio, il vestito da sposa all’occidentale. Siccome il kimono nuziale è davvero costoso, la maggior parte delle spose lo noleggia. Pensate che i prezzi vanno da un minimo di 4 mila fino ad un massimo di 45 mila euro e se la sposa vuol cambiarsi due volte nel corso della giornata… beh, la cosa diventa un po’ dispendiosa! In base alla ricercatezza del kimono si distingue la classe sociale delle persone, quindi se gli sposi si cambiano tre volte e tutti gli abiti sono molto ricercati, vuol dire che sono molto ricchi e vogliono dare sfoggio del loro ceto sociale. Solitamente alle giapponesi che vivono in Giappone, il kimono viene comprato, soprattutto quello colorato del secondo cambio, perché sarà poi per la maggior parte della loro vita l’abito di tutte le cerimonie a cui parteciperanno. La mia amica ci teneva tanto ad averlo, ma poi vivendo a Londra, nessuno l’avrebbe capita quando l’avrebbe indossato. Il kimono poi è solitamente indossato dai parenti degli sposi o da quelle ragazze che hanno già un kimono di ‘proprietà’. Oltre al kimono, la sposa deve indossare un copricapo, che può essere semplice, a forma di palloncino tagliato, appoggiato sulla testa della sposa oppure più elaborato, come quello che indossava Yuko, sostenuto da una parrucca rigida e strutturata, che la mia amica non vedeva l’ora di togliere perché pesantissima!”.
E la cerimonia, come si è svolta? “La giornata inizia molto presto perché prima della cerimonia gli sposi fanno le foto solo con i parenti più stretti. Gli altri invitati non sono ammessi in questa fase, ma nella seguente, quella in cui ci si raduna e si fa una foto di gruppo: gli uomini con i pugni chiusi e appoggiati sulle ginocchia, le donne con le braccia rilassate appoggiate sulle gambe ma con le mani incrociate. Prima di entrare al tempio, ma anche all’uscita al termine della cerimonia, si svolge una specie di processione: dietro la sposa in fila indiana ci sono i genitori, prima il padre, poi la madre e poi i fratelli in ordine di età. La stessa cosa vale per lo sposo. I miei amici, come già detto, si sono sposati nella cappella dell’albergo. Nel mezzo vi erano due sgabelli con un tavolino alto per gli sposi, mentre noi invitati eravamo ai lati e seduti con dei banchi perpendicolari rispetto agli sposi per vederli bene. La cerimonia si è svolta senza musica ma è iniziata con un gong. Dopo aver cantato delle particolari benedizioni agli sposi, il celebrante ha versato una bevanda con una teiera dal lungo manico in un piattino, da cui lo sposo ha bevuto, poi in un altro piattino per la sposa. La stessa cosa ha fatto con un piattino più grande da cui sia lo sposo che la sposa hanno bevuto. Al termine di questo rituale, si sono spostati verso l’‘altare’ per scambiarsi gli anelli e dopo al cospetto del loro dio, raffigurato da uno specchio rotondo adornato che non si puo’ fotografare, per giurarsi amore eterno. Al termine di tutto, le ‘chierichette’ sono passate dagli invitati per versare a ciascuno un po’ della bevanda data agli sposi e all’introduzione fatta dal prete, tutti insieme abbiamo esclamato “Kampai!” – ovvero “Salute!” – e abbiamo bevuto. Solo dopo abbiamo scoperto che era sakè caldo: che botta alle 11 del mattino!”.
E qualche curiosità sul ricevimento? “Vedete la foto del piatto con il pesce? In mezzo alle pietanze, c’è un decoro rosso tutto intrecciato. Yuko mi ha spiegato che lo presentano sempre all’inizio del pranzo perché è segno di buon auspicio per gli sposi. Anche le buste in dono agli sposi avevano quel decoro attaccato sul biglietto”.
Finito di rileggere questo pezzo e impaginandolo, mi sono innamorata ancora di più di questa terra e di questo popolo e mi sono imposta di vederlo almeno una volta nella vita, un po’ come fosse la mia personalissima Mecca. Sì, Giappone, un giorno io verrò. Nel frattempo, viaggio. Con la mente.
Grazie a Susanna per le informazioni e il bellissimo materiale fotografico.
Se anche a voi capitasse in giro per il mondo di incappare in scene da un matrimonio o simili, non esitate a mandarmele a francesca.favotto@gmail.com: sarò ben felice di dedicare loro un post nella categoria ‘Cartoline dal mondo’!















Ti consiglio di guardare queste foto meravigliose sempre in tema!!! :-)http://www.mauroparma.com/blog/?p=1101
Grazie GloGlo! Le ho guardate e sono a dir poco stupende! 🙂 Un abbraccio forte!
Se posso permettermi un’aggiunta.. Lo specchio reppresenta la divinità del sole Amaterasu. Lo specchio perchè nel kojiki (ossia la versione di una “bibbia” shinto che racconta la nascita del Giappone), si racconta che il fratello di Amaterasu, Susanoo divinità delle tempeste e degli uragani, distrusse le risaie degli uomini, così Amaterasu si nascose in una grotta arrabbiata con il fratello, tanto che il mondo piombò nell’oscurità, finchè Ama-no-Uzume, divinità legata all’alba e all’eclissi, ebbe l’idea di porre uno specchio di fronte alla grotta ed fece una festa in onore della Dea, nel quale si esibì in una danza che fece ridere la Dea, in seguito quando quest’ultima sorpresa si vide specchiata gli altri Kami ne approfittarono per tirarla fuori e convincerla a tornare in cielo.
Trovo questo racconto molto bello come descrizione per l’eclissi. Ho pensato di condividerlo. Ed è per questo che vi è lo specchio sull’altare shinto.
Ma grazie Sheila di aver condiviso con noi questo racconto e questo pezzo di cultura giapponese.
Un abbraccio!