“Stanotte sono rimasta sveglia a guardarti. Dio come sei bello, adoro toccarti i capelli mentre stai dormendo, mi piace guardare le tue labbra che si increspano e seguire con le dita il tuo profilo. Tanto so che non ti svegli. Prima avevi il sonno leggero, bastava un mio bacio innocente per farti aprire le palpebre, così potevo perdermi nel tuo sguardo profondo. Da quando ti sei ammalato il sonno si è fatto più profondo, la dottoressa ha detto che dipende dall’anemia. Ieri ti ho trovato sul divano, a testa in giù, a Donatella ho detto che stavamo giocando a nascondino e che tu ti eri nascosto così bene, che io non ti ho trovato, e ti sei addormentato. Lei ha riso, tu hai accennato un sorriso, io ho fatto finto di ridere. Ma dentro sono rotta, mi sento come un disco in vinile incrinato, all’apparenza sono intatta, ma basta toccarmi nel modo sbagliato che mi divido in mille pezzi. Rido per non piangere.
Hai un corpo che sembra plasmato, i tuoi addominali bassi fanno capolino dallo slip, alzo il lenzuolo per guardarti le gambe che sono un fascio di nervi e muscoli, non faccio in tempo a pensare compiaciuta che sei mio, che il colore giallastro della tua pelle mi riporta con i piedi per terra. Maledetta insufficienza renale. “Killer silenzioso”, così il nefrologo ha sentenziato: “Due anni e suo marito andrà in dialisi. Non ci sono cure per ripristinare la funzionalità dei reni, l’unica soluzione a lungo termine è il trapianto”. Era marzo del 2000. Siamo a maggio del 2002: abbiamo vinto due mesi di finta normalità, ma oggi devo andare a ritirare le tue analisi di nuovo, ed ho paura. Ormai al distretto sanitario mi conoscono bene, perchè quando arrivo saluto tutti, faccio una battuta, cerco di stemperare la tensione, che invece, è palpabile nell’aria. Riesco a capire in anticipo dai loro sguardi se sarà una brutta o una bella giornata.
La nostra vita è appesa ad un valore.
È come essere sull’orlo di un precipizio ed avere qualcuno dietro che piano ma inesorabilmente ti spinge verso il baratro. Sai che accadrà, sai che sarà doloroso, l’unica cosa che non sai è quando. Sono sveglia dalle 4, stamani ho il turno 10/15, passerò dal laboratorio analisi prima di andare al lavoro pregando che sia una buona giornata. Non sono una praticante, forse non sono nemmeno una buona cristiana, forse è per questo che sono stata punita.
Forse eravamo troppo felici.
Sto cercando qualcuno cui attribuire la colpa, perché ci deve essere per forza un responsabile. Ed invece la malattia è democratica, è cieca, non ti sceglie in base al reddito, alla bontà o alla cattiveria. È inutile cercare un perché. Le cose brutte accadono e stavolta è toccato a noi.
Sono le sette, Luigi dorme, ha il respiro affannoso, Donatella si è appena svegliata nel suo lettino, indosso il migliore dei miei sorrisi e vado a prenderla in braccio. Appena mi vede le si illumina il viso, apre la bocca e dice “mia mamma” (rimarcando il possesso che fu “prealessandrino”) io la stringo forte, voglio scacciare i brutti pensieri, ma i brutti pensieri non se ne vanno. “Babbo mio bello dove?” chiede la nana. “Sta facendo ancora la nanna, era stanco” le rispondo e le faccio una pernacchia con la bocca sul collo, così lei ride ed io riesco a cacciare indietro quelle maledette lacrime che mi stanno bucando gli occhi. Lei non deve pensare di avere una mamma frignona, perché io non lo sono.
Io sono forte cazzo.
Me lo ripeto tante volte così alla fine ci credo, mi asciugo gli occhi, le preparo il lattuccio nel biberon e la vesto da “femmina” per andare al nido, così mi distraggo. “Mamma fai codini Pippi?”, vuole le trecce di Pippi Calzelunghe, le faccio di sì con la testa, mentre con un occhio guardo l’orologio, sono già le 8.30, devo sbrigarmi perché non posso fare tardi al lavoro, non di nuovo. Alle 9 voglio avere il foglio delle analisi in mano, ho bisogno di un tempo “buono” per riprendermi qualunque sia la risposta. Da quando ho incontrato la malattia sono diventata scaramantica, ho una scaletta da seguire, un colore da indossare, un orario preferibile entro cui ritirare il responso ed anche un’infermiera sì ed una no.
Chiudo la porta con Donatella nella mano destra e la borsa nella sinistra, mi sono dimenticata la coccinella porta fortuna, ma sono già arrivata alla macchina. Sono combattuta, la mia parte istintiva vorrebbe risalire a prenderla, quella razionale fa leva sulle lancette dell’orologio, e così la paura di arrivare tardi prevale sulla paura che la possibilità di non avere un amuleto possa in qualche modo condizionare in negativo il risultato. Sono le 8.50, lascio la mia piccola alle maestre del nido, la seguo con la coda dell’occhio fino a quando non scompare dietro la porta della sua classe e mi dirigo verso l’auto. Dalla scuola materna all’Usl ci saranno circa 800 metri, in cinque minuti sono lì, parcheggio, faccio un bel respiro, prendo coraggio e scendo dalla macchina. Faccio le scale e mi tremano le gambe, arrivo al primo piano, faccio capolino dalla porta e vedo la faccia dell’infermiera no, con i suoi lunghi e ricci capelli neri. Lo so che non è colpa sua, ma per me lei è la strega cattiva, portatrice di sventura e cattive notizie, la guardo negli occhi, lei incrocia il mio sguardo, questione di un attimo e abbassa lo sguardo.
Io ho già capito tutto, ma questa volta io non la indosso la maschera, almeno qua ho diritto di piangere se voglio. Ha le mani che tremano, con un filo di voce mentre mi passa il foglio con il risultato dice: “Sono peggiorate, la creatinina è a 7,5”.
Loro lo sanno cosa vuol dire.
Io lo so.
Il momento tanto temuto è arrivato, e maledetta coccinella portasfiga, la dialisi ci aspetta. Ho sceso le scale quasi correndo, sono entrata in macchina e lì mi sono chiusa. Tutte le mie difese sono cadute, mi sono accartocciata su me stessa, con quel foglio in mano, mi sento come se mi avessero accoltellato. Un dolore profondo. Ho cominciato a piangere, prima piano, poi sempre più forte, fino a singhiozzare, tanto non mi sente nessuno, ho parcheggiato lontano dall’ingresso, quasi me lo fossi sentita.
Sono le 9.30 ho la faccia devastata e nessuna voglia di andare al lavoro, dovrei rispondere per cinque ore alle chiamate del 190 “Signorina non mi vanno gli sms, cosa devo fare?”, “Pensi quanto è fortunata: a lei non vanno gli sms, a mio marito i reni, facciamo a cambio?”, sono certa che prima o poi potrei rispondere così a qualche ignaro cliente. Così chiamo il mio supervisore che sa tutto, spiego la situazione, lui mi dice di non preoccuparmi di niente, di andare a casa, che firmerà uno dei permessi che mi spettano.
Adesso arriva il difficile, posso fingere con tutti, ma non con Luigi. Ha uno sguardo che mi scava dentro, non sono mai riuscita a nascondergli uno scontrino di un paio di jeans troppo cari, figuriamoci il foglio delle analisi, e poi sa che alle 10 comincio il turno, appena sentirà le chiavi girare nella toppa capirà tutto. Metto il viso tra le mani e le passo avanti e indietro come per ripulirmi, poi salgo le scale, prima un gradino per volta, poi a due, poi a tre, mi manca il respiro. Ho bisogno di vederlo, di rassicurare lui per rassicurare me stessa. Apro la porta e me lo trovo davanti, ha il viso sciupato, le occhiaie, e il passo rallentato, non sembra avere trent’anni, lui è il mio bellissimo amore. Nella mano stringo con forza il foglio delle analisi, ho gli occhi gonfi, ma apro bocca e mi stupisco da sola: “Oh finalmente questa creatinina si è decisa a salire, così ti fai due mesi di dialisi, ti pulisci il sangue per bene e poi io ti do un rene e facciamo il trapianto. Ah, e non ti provare a dire di no eh, con quello che ho dovuto fare per farti sballare i risultati” e sfoggio il migliore dei miei sorrisi Durbans.
Luigi mi guarda, scuote la testa, mi tira verso di sé e mi abbraccia. “Andrà tutto bene. Ce la faremo”. E così vince tutti i miei sforzi. Riesco a dire solamente: “Così non vale però eh”. E piango con gli occhi a cuore”.
Dalla pagina Facebook di Irene Vella
Quindici anni che Irene e Luigi sono sposati e li festeggiano proprio oggi. Dopo avergli donato un rene e aver avuto un altro figlio – prima donna in Italia a diventare madre dopo un espianto – oggi Irene è innamorata più che mai di suo marito e a unirli non è soltanto il rene che hanno in comune. È qualcosa che va oltre, “un incontro di anime” come diceva Zucchero, un aver saputo riconoscere l’amore quando ti è passato accanto, un non averlo lasciato andare, quando le cose si facevano più difficili.
Quanto di me e della mia storia nelle parole di Irene, e non solo perché facciamo entrambe lo stesso mestiere: a entrambe è capitata la grazia di incontrare l’amore della vita; entrambe siamo state messe in ginocchio sull’orlo del precipizio, costrette a guardare dentro l’inferno, ma abbiamo trovato la forza di rimetterci in piedi; entrambe non ce ne siamo andate, proprio perché sapevamo che quello che avremmo lasciato valeva infinitamente di più della paura e del dolore che avremmo provato perdendolo. E che la vita insieme valeva la candela, qualunque sia stato il tempo necessario per vederla spegnersi.
Quindici anni dopo e un trapianto di rene; otto anni dopo e quattro interventi per tumore, “e siamo ancora qua, eh già”. A tutte quelle come noi che trovano sempre un motivo per sorridere anche in mezzo alla tempesta; a tutte quelle che alla frase “ho paura di perderti” sanno dare il giusto peso; a tutte quelle che sono rimaste, quando gli altri dicevano “ma chi te lo fa fare?”; a tutte quelle che sanno andare avanti, nonostante la vita ti trascini indietro; a tutte quelle che sono innamorate come il primo giorno del loro uomo, nonostante le cicatrici sparse e i pezzettini mancanti nel suo corpo; a tutte quelle che devono continuare a sorridere ai propri figli e a sorridere anche per chi soffre accanto a loro; a tutte quelle che sanno che la malattia sarà una costante nella loro vita, ma vita migliore non avrebbero potuto avere; a tutte quelle che a ogni esame sanno che dopo potrebbero spalancarsi le porte del paradiso o dell’inferno: abbiate paura, perché è umano; piangete quando gli altri non possono vedervi, ma fatelo, perché è liberatorio; e non mollate, mai, continuate a lottare, per lui e per voi, perché l’unico modo per debellare una malattia è l’amore, “conosci un altro modo per fregar la morte?”. E perché, come dice Irene, siamo appese a un valore, e l’unico modo per dare un senso a tutto questo è riempire di valore quel valore.
No Comment