Ascoltare secondo il dizionario significa “stare intenzionalmente a udire qualcuno”, quindi presuppone prepararsi ad accogliere i pensieri, gli sfoghi, le parole altrui, con il corpo e con la mente. Non è semplicemente udire, perché quello significa distrattamente sentire qualcosa, senza badarci, ma nemmeno sentire, perché presuppone un ascolto che poi coinvolga anche un livello più profondo di sé. Ascoltare è mettersi al servizio dell’altro, dirgli: “Io ci sono, sono qui per te, per alleviare il tuo dolore o per condividere la tua gioia”.
Che non è vero che è poco: stare ad ascoltare è già molto, quando una persona è in crisi o ha qualche problema. È alleggerire il peso, il problema rimane, è vero, ma inspiegabilmente sembra che pesi la metà. È riporre la propria fiducia in qualcun altro, sperando non che ce lo risolva, ma che ci aiuti a vedere le cose in modo diverso, da un’altra prospettiva, che spesso è quello che ci manca. Spesso deficitiamo in attenzione, promettiamo all’altro che ci saremo, che lo ascolteremo, ma siamo altrove con la testa, pensando alle nostre cose, ai nostri assilli, al nostro futuro.
E invece non c’è cosa più bella e utile che mettersi lì, prendere le mani dell’altro tra le nostre e predisporci con il cuore ad accogliere le sue paure e preoccupazioni. Ascoltare per poi sentire dentro, che qualcosa sta cambiando, è già cambiato: il cuore è più leggero, il sorriso è meno forzato. E noi abbiamo fatto anche stavolta la nostra buona azione per rendere questo mondo un posto migliore.

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