Il pollo e purè di merenda. Il bagnetto nel catino. I cartoni animati. I passatelli della festa. Le tavolate di Natale. Andare a fare la spesa insieme con la bici e il Fiordifragola come ricompensa.
I pomeriggi passati a giocare a carte. Le frasi sempre e rigorosamente in dialetto. L’orto curato con amore. La tua schiena curva, sorretta da un bastone. I tuoi occhialoni tenuti insieme dallo scotch. La divisa d’ordinanza: bermuda, canotta e bretelle. Il tuo sorriso e i tuoi occhi belli.
Il tuo provare a parlare in italiano, senza successo. Il tuo rosario puntuale con in sottofondo Radio Maria, che si sentiva per tutta casa. Le filastrocche cantate per farci giocare. Il menu fisso della settimana. L’odore di minestrone del mercoledì. Il tuo chiamarci giù per vedere insieme I Dieci Comandamenti o Bernadette. La tua piega e colore dalla Pia.
Il vostro essere piegati dalla malattia, eppure quanta dignità e quanti insegnamenti. Che forse se ho capito bene il significato del detto “portare la propria croce” lo devo un po’ anche a voi. Il mio vedervi inermi e piccoli e non poter fare proprio nulla per riportare indietro il tempo…
Nonni, mancate come l’aria, come l’ossigeno. I polmoni a volte bruciano, ma poi guardo il cielo e torno a respirare.
E voi che i nonni li avete ancora, non perdete un attimo, nemmeno uno, insieme a loro. Dio solo sa cosa darei per averli di nuovo qui con me.

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