Ieri sera a Temptation island (ebbene sì, lo guardo, è il mio guilty pleasure), Pietro, il fidanzato di Antonella Elia, l’ha più volte umiliata, rivelando cose intimamente private, come la sua paura di rimanere sola e di non lasciare alcuna traccia, se dovesse andarsene. “Io almeno qualcosa ho fatto, rimarrà la mia discendenza. Ma lei? Senza figli è arida”, continuava a ripetere. Lei è rimasta impietrita.
Io ho pianto. Ho pianto perché al di là se sia vera o meno la scena, ho pensato che una simile pugnalata è peggiore di qualsiasi tradimento carnale consumato davanti agli occhi. Le paure rivelate a chi amiamo sono fragilità da proteggere, non da gettare nel fango per vendetta o cattiveria.
E poi ho pianto per immedesimazione. Conosco bene quella paura di rimanere sola, che combatto con la mia caparbietà e voglia di vivere, e anche quella sensazione di non lasciare nulla dopo di me dovessi morire adesso.
Con Teo prima era troppo presto per mettere al mondo un figlio; ora che vorremmo, è tutto tremendamente complicato. Più volte mi son sentita dire che io non son mamma, perciò non posso capire.
Però una cosa l’ho capita: un figlio adesso lo vorremmo perché siamo riusciti a dare un senso alla nostra vita, ne stiamo godendo in pienezza, nonostante tutto, siamo felici. Un figlio non servirebbe a completarci, perché siamo completi già così. Un figlio cui insegnare il senso della vita, non con cui dare un senso alla nostra vita. Forse sta tutta lì la differenza che si può fare in questo mondo come genitore e come persona.

No Comment