Aiutare deriva dal latino: adiuvare, composto di “ad”, a e “iuvare”, giovare, cioè trarre giovamento da qualcuno o qualcosa. In sè non reca intrinsecamente il momento di difficoltà, ma solo il successivo beneficio. Perché chiedere aiuto o farsi aiutare non è peccato, anzi. Conosco molte persone che, per orgoglio, vergogna o ignoranza, scelgono di proseguire nel momento di difficoltà, piuttosto che chiedere una mano a chi li circonda, solo per dimostrare a se stessi e agli altri che non hanno bisogno di nessuno al mondo.
E invece, non siamo soli, “nessun uomo è un’isola”, come scriveva John Donne, siamo nati per stare in branchi, piccoli o grandi che siano e collaborare affinché tutti possano avere le stesse opportunità e lo stesso livello di vita. Ci associamo, ci facciamo compagnia per sentirci meno soli, meno insicuri, meno inutili, nonostante l’individualismo imperante della società moderna. Ci illudiamo di poter fare tutto da soli, ma non è così: non siamo onnipotenti e non siamo impotenti, se per fare qualcosa chiediamo aiuto. Dal pagare le rate del mutuo al riuscire a superare una delusione d’amore, dal crescere i figli al mandare avanti una casa da sola, se chiediamo una mano a chi ci vuole bene per potercela fare, non è sinonimo di incapacità o resa, ma solo di volercela fare e camminare più speditamente verso la felicità, stringendo la mano di qualcun altro.
Ogni vita è costellata di momenti bui e ognuno ha i suoi, non rendiamo la notte ancora più nera solo per lasciare spazio all’orgoglio e alla testardaggine: non c’è debolezza nel chiedere una mano, ma solo la voglia di andare avanti, con il sorriso negli occhi e la consapevolezza nel cuore che non si è soli.

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