Ieri sera ci siamo ritrovati una mano di buoni amici per fare qualche gioco in scatola, visto il tempo che volge ormai all’autunno, saltando a piè pari il capitolo estate, ormai optional di lusso. Scoperto all’improvviso che in tv davano per l’ennesima volta “Viaggi di nozze” di Carlo Verdone come tappabuchi del palinsesto televisivo, non abbiamo saputo resistere e abbiamo ceduto: abbiamo mandato all’aria il proposito di giocare e ci siamo messi a guardarlo tutti insieme. Un richiamo impossibile da ignorare, vuoi per la comicità tutta Verdoniana, grezza ma mai volgare; vuoi per le macchiette tipiche del suo repertorio, quei personaggi molto ben connotati, con caratteristiche precise, che ti si fissano in testa per sempre; vuoi per la coppia Ivano – Jessica (rigorosamente pronunciata “Ccccessica!”), da sempre la mia preferita, due coatti che peggio non si può, di cui almeno un italiano su tre ricorda ogni battuta a memoria.
La trama è semplice: tre coppie appena sposate di cui viene raccontato il viaggio di nozze, tra imprevisti, gag e riflessioni (più o meno) profonde. Raniero e Fosca, il primario stakanovista e tutto precisino, che sposa la giovane illibata e repressa ma non stupida; Giovannino e Valeriana, due giovani come tanti, fidanzati da sempre, la cui luna di miele viene rovinata dalle reciproche famiglie e Ivano e Jessica, due alternativi “strani”, che amano la vita notturna e il sesso, tanto da farlo nei posti più incredibili e a ogni ora.
Tre stereotipi di coppia, tre stereotipi di personaggio, che poi tanto lontano dalle persone non sono: il matrimonio di interesse, dove uno dei due (di solito quello che non ha potuto scegliere) è infelice; il matrimonio felice ma rovinato dalle dinamiche familiari, in cui i parenti si rivelano subito per quello che sono, ovvero degli stronzi egoisti e il matrimonio ‘alternativo’, in cui forse l’unico argomento in comune era la passione, ma oltre a quello non c’era molto altro.
Tre mondi dipinti con le tinte estreme di cui solo Verdone è capace, costringendoci a tratti a riderne e a tratti a pensare di quanto di noi e della nostra vita c’è in ognuna di quelle macchiette. E un velo di tristezza affiora. Ma solo per un attimo, fino al prossimo “Famolo strano”, che ci strappa una grassa risata. E tutto si dimentica.

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