Oggi va così. Oggi sono melanconica. O meglio, oggi sono all’apice della malinconia, saranno settimane che va avanti così. Sarà il cambio di stagione, saranno i mille pensieri, sarà che si sta avvicinando la primavera e a me il cambio di stagione gioca brutti scherzi, ma oggi è tutto il giorno che ho in testa le canzoni di una volta, quelle dei grandi cantautori italiani piene di magia, di tensione affettiva ma anche di malinconia.
Endrigo, Tenco, Lauzi… “Io che amo solo te”, “Mi sono innamorato di te”… e mi è tornato in mente il mio nonno, che spesso gliele cantava alla mia nonna, di giorno ma anche di notte. Mi capitava spesso, quando andavo a letto, di sentirlo nella stanza a fianco intonare le note di “Parlami d’amore Mariù” e di ricordare nei suoi sogni, di quando da giovane gliela cantava alla nonna.
Ma si usa ancora? Ci sono ancora uomini che prendono le mani dell’amata tra le loro e la invitano a un ballo in una stanza dove esistono solo loro due? Una canzone intonata piano, anche sussurrata, per dire in un altro modo ancora quanto si ama l’altro: esistono ancora queste persone? O si ha paura di sembrare ridicoli? Che poi mi viene da pensare che in un’epoca in cui ci si fa una foto per tutto, e anche nelle pose più assurde, il senso del ridicolo è davvero soggettivo. E travisato, spesso.
Scegliere una canzone, o non sceglierla affatto, lasciarla sgorgare dal cuore, e poi cantarla, piano o a squarciagola… Quante volte una canzone ha risolto tutto per noi? Quante volte con la musica abbiamo tirato fuori quello che a parole non eravamo in grado di esprimere? Come quando, e succede molto spesso, una canzone mi salta in testa e mi viene proprio da dentro di cantarla, e allora gli prendo le mani, lo guardo negli occhi, e gliela dedico, così solo cogliendo l’attimo. O come quella volta che gli venne da dedicarmi “Più bella cosa” di Eros Ramazzotti, “una delle poche canzoni italiane che mi piace”, e me la dedicò, seppur sguaiato, seppur stonato. Ma fu uno dei gesti più belli in assoluto di tutta la nostra storia.
Un gesto dal cuore, così come viene; un gesto d’altri tempi, di quelli che non si usano più. Forse aveva ragione Eros: “Cantare d’amore non basta mai, ne servirà di più”. Dovremmo tornare ad usare questa pratica, abusandone anche. Per arrivare là dove spesso le parole – da sole – non bastano.
No Comment