Sono qui al computer, ho di fianco a me la mia micia che dorme beata, e il suo respiro costante e regolare mi quieta. Anche il cielo questa sera mi ha fatto il dono immenso di un tramonto di fuoco stagliato contro le montagne. Finalmente un attimo di serenità, finalmente la pace, nell’anima e nel cuore. E l’ho interpretato come un segnale di speranza. Nelle ultime ventiquattr’ore ho provato per l’ennesima volta la perversa, sottile e fottutissima paura di perderlo, ma per sempre. No, non come quando si litiga, ci si dice parole di fuoco e si medita di mandare l’altro a quel paese, facendolo uscire per sempre dalla nostra vita. No, non come quando su un sentiero di montagna, uno dei due lascia la via maestra per un’escursione fuori programma e l’altro inizia a urlare per la vallata, pensando di essere stato abbandonato. No, non così, perché in questi casi, si può sempre tornare indietro, trovare le parole migliori o il sentiero giusto e ritrovarsi. Intendo perderlo davvero, non avere la possibilità di costruire una vita insieme, perché la malattia ha deciso per noi. Ci pensavo e ripensavo ieri: “E se non dovesse andare bene? E se mi dicessero che non ce l’ha fatta? Cosa dovrò ricordare di noi? Mi dovrò far bastare il suo ultimo abbraccio? E cosa gli potevo dire che non gli ho detto? E cosa potevo fare per salvarlo che non ho fatto?”. Un pensiero continuo e incessante che non mi dava tregua, anche mentre ero lì con lui, e allora me lo guardavo come non ho fatto mai, lo baciavo come non ho fatto mai. Perché avevo paura che fosse l’ultima volta.
Quante volte per orgoglio, per superficialità o per presa di posizione chiudiamo la comunicazione con l’altro e decidiamo che sia lui a sbagliare, che sia solo un peso o un intralcio alla nostra vita? Quante volte scegliamo di mandare tutto all’aria – un fidanzamento, un matrimonio o anche un’amicizia – solo perché ci arrocchiamo nella nostra torre, convinti che debba essere l’altro a fare un passo verso di noi per ristabilire l’equilibrio? Quante volte, solo perché lui non ha fatto quello che dicevamo noi, non ha raggiunto determinati risultati o non ci ha soddisfatte, decidiamo che non sia quello giusto per noi? Troppe, e il più delle volte lo facciamo senza pensare che magari da domani quella persona non farà più parte della nostra vita. Sarebbe un esercizio utile da fare tutte le volte che qualcosa nella coppia non va: pensare a come sarebbe la nostra vita senza di lui, a come ci sentiremmo se la mattina dopo non lo troveremmo più lì al nostro fianco sotto le lenzuola stropicciate, a che sapore avrebbero i sorrisi e le lacrime se non fosse lui a provocarle.
Ieri notte mi sentivo morire. Stringevo forte forte a me il suo maglione e lo riempivo di lacrime, annusavo il profumo della sua pelle e pensavo al suo sorriso, quando glielo avrei restituito, dicendomi: “Speriamo che ci sia, un domani in cui ridarglielo”. E pregavo forte Dio di lasciarmelo riabbracciare un’altra volta, per non lasciarlo andare più. Ma ora lui c’è, sta bene, avremo altri abbracci da consumare, altri baci da assaporare, altre risate da vivere. E questo è tanto, è tutto per me, ora.
Contro ogni pronostico e a dispetto di questo inizio un po’ travagliato, ho deciso di ribattezzare questo nuovo anno DuemilaeCredici, all’insegna dell’ottimismo, del pensiero positivo e della speranza. Ogni volta che ho qualche dubbio che mi assilla o qualche preoccupazione, mi affaccio alla finestra e guardo fuori, verso il cielo. Stasera mentre ero nelle nostre campagne con il nostro cagnolone, ho alzato gli occhi e ho trovato la risposta, un messaggio di speranza. E ho ricominciato a crederci. A credere in un futuro per noi, solo nostro, dove quello che conta sarà sempre e solo l’Amore, sotto qualunque forma esso si manifesti. Il resto poi verrà da sé. Il cielo non mente mai, il cielo conosce già il nostro domani. E io gli credo. Fatelo anche voi.
Buon DuemilaeCredici a tutti!
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