Salve, ho quasi 32 anni e quasi metà della mia vita ho convissuto con la malattia. Non la mia, ma del mio compagno: ma poi alla fine che differenza fa? Lui la porta dentro, un ospite indesiderato che alberga nel suo intestino, poi nel suo fegato, ora nei suoi polmoni. Stiamo cercando di sfrattarlo, ma con scarsi risultati. I medici dicono che basta che dormi, solo alloggio, niente vitto. Fosse facile. Il terrore che si risvegli affamato come una belva c’è sempre. Lui la porta dentro, la bestia. Lui rischia la sua vita. Io comunque la porto nel cuore. Ogni tanto mi rende rabbiosa, intransigente, impaziente, incazzata, perché il senso che tutta questa grande sofferenza non sia un’ingiustizia ancora non ce l’ho. Quella consapevolezza, quella serenità io ancora non ce l’ho.
Ma il fatto che entrambi siamo felici e riusciamo a vivere con il sorriso vuol dire che stiamo facendo un percorso bello, il percorso giusto che ci porta a vedere il bello della vita, delle cose. Su uno degli ultimi numeri di Vanity Fair, Pau Dones, leader della band Jarabe de Palo, racconta che il suo tumore non gli ha insegnato nulla, non c’è nessuna lezione nel dolore, solo una maggior o minor predisposizione alla ricezione, alla sublimazione dell’esperienza. Be’, io e Teo siamo due persone sensibili; di lui lo si può dire a occhi chiusi, di me meno. Ma comunque.
Se c’è una cosa che ho imparato o che comunque ho recepito da tutta la faccenda è che nella malattia tutto è relativo: una notizia che agli occhi degli altri potrebbe sembrare negativa, per noi è positiva. In settimana siamo andati a ritirare la tac: Teo non è guarito nè migliorato, Teo è stabile. Per altri, potrebbe sembrare una sconfitta; per noi vuol dire che le cure stanno funzionando, che c’è tempo, c’è ancora tempo.
Abbiamo imparato a mettere in pratica la nostra teoria della relatività (e non me ne vogliano i fisici di tutto il mondo): E=mc2, ovvero la nostra capacità di andare avanti (energia cinetica) deriva dalla nostra volontà di essere qui e ora, con tutti noi stessi, di viverci appieno il nostro presente (massa) potenziata dalla nostra capacità di proiettarci nel futuro alla velocità della luce, di essere in grado di sognare ancora, nonostante tutto.
La malattia non ci ha spento il cuore né gli occhi, né la forza di metterci in cammino: il bastardo è fermo, noi andiamo avanti.

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