Crisi. La parola più cliccata, più detta, più scritta, più ragionata, più temuta, più tutto del 2012. Gli esperti dicono che ci rincorrerà come un cane randagio attaccato alle caviglie anche per tutto il 2013. ‘nnamo bene. A me ‘sta crisi non mi ha mai fatto granchè paura, bene o male me la son sempre cavata, barcamenandomi tra una collaborazione e l’altra in questo pazzo pazzo mondo del giornalismo. Ma mò un po’ m’ha scocciato. Dicono che sia la peggiore crisi mai vista dal 1929: da lì a qualche decennio sarebbe scoppiata inevitabilmente la seconda guerra mondiale, che avrebbe ristabilito con immane sacrificio di vite e di popolazioni, la crescita dell’andamento economico. Oggi una guerra è assolutamente da scongiurarsi e verrà evitata dai numerosi organi internazionali e diplomatici, ma la domanda è: allora come ne usciremo?
Questa crisi inizia a pesarmi un po’: da un lato, ci ha messo nelle condizioni di rimboccarci doppiamente le maniche e di alimentare la creatività e la fantasia, investendo su noi stessi e su progetti personali (cosa che io e Teo stiamo cercando di fare per emergere da questo mercato del lavoro stantio e vecchio), ma dall’altro questo continuo dover dimostrare qualcosa o di essere i più bravi sta rubando energie e tempo prezioso all’altro mio sogno, quello più grande: fare una famiglia. Vedo molti miei amici e coetanei scegliere ancora e nonostante le immani difficoltà il matrimonio come completamento di un percorso fatto in due e farlo non perché obbligati da eventi esterni o perché “Ormai è ora”, ma proprio perché voluto e desiderato da entrambi. E io mi dico: se lo scegli in questo momento di grande crisi (aridaje!), vuol dire che ci credi e che la persona che hai al tuo fianco è proprio quella giusta.
Le unioni sembrano essere tornate quelle di una volta, laddove sì c’erano i matrimoni combinati dalle famiglie, ma c’erano anche quelli dove lei aveva aspettato che lui tornasse dalla guerra per sposarlo con una cerimonia dimessa e molto semplice, ma onorata per oltre mezzo secolo. Mi piace pensare che le storie d’amore di oggi siano simili per sacrifici e ideali a quelle di settant’anni fa, in cui si tirava la cinghia per poter stare tutti insieme sotto lo stesso tetto, si imparava a dire grazie per ogni piccola cosa ricevuta e si evitavano discussioni inutili o se capitavano, ci si riappacificava subito. Perché quell’amore era ciò che ti aveva fatto superare ogni cosa ed era tutto ciò che ti rimaneva, quando le cose materiali svanivano.
Noi, generazione affettiva figlia di quella dei nostri genitori, cresciuti quando si cominciava a stare bene, quando se volevi cambiare lavoro dalla sera alla mattina potevi farlo, quando nell’aria si respirava aria di rivoluzione e di apertura, quando potevi scegliere ancora il tuo futuro, avremmo voluto tanto avere le stesse cose, ma non ci è stato concesso e ora siamo qui a rimboccarci le maniche per raggiungere quello che per loro era la normalità, quasi l’abitudine: una casa, una famiglia, invitare gli amici a cena il sabato sera o fare le vacanze a Natale.
Come in tutte le cose negative, forse anche questa crisi ha portato qualcosa di buono: ci ha insegnato a reagire e a lottare per raggiungere i nostri obiettivi, ad apprezzare maggiormente quanto di buono ci capita lungo il percorso ad ostacoli chiamato vita e ad essere davvero felici quando vediamo quell’obiettivo tanto agognato e inseguito realizzarsi. Perché alla fine, come diceva John Fitzgerald Kennedy regolarmente durante i suoi discorsi, in cinese la parola crisi è composta da due ideogrammi: il primo rappresenta il pericolo, certo, ma l’altro significa opportunità.
Ps: ringrazio Gughi e la chat ispiratrice di ieri sera! Grazie amica mia!
Ho sempre amato connettere i punti. Uno dei miei passatempi preferiti, da bambina, era fare i disegni cifrati. Da grande, ho continuato, connettendo i miei punti di svolta, le mie evoluzioni, le lezioni, le scelte. Immagino spesso di fare uno zoom out e di guardare alla tessitura delle trame. Così, vedo la conversazione con Francesca, venerdì scorso alla libreria Ubik di Busto Arsizio, e sul momento in cui abbiamo parlato di crisi, c’è uno snodo luminoso. In quell’istante è nata un’opportunità – appunto, il significato dell’anagramma cinese – per portare la nostra attenzione sulla qualità delle relazioni, che sono il carburante per navigare a testa alta in questi tempi di burrasca. L’amore è il nostro motore, ma per tenerlo vivo, in una coppia, occorrono genuinità, empatia, pazienza, perseveranza e responsabilità. Quell’amore incondizionato sul quale facciamo giuramento quando ci sposiamo. Amore che impariamo a conoscere solo dopo, ma che a volte viene soffocato dal peso delle cose pratiche, dalla spartizione delle responsabilità, generando frustrazione, confronto, talvolta scontro e litigio.
Il mio consiglio è di allenare l’amore incondizionato, innanzitutto per sé stessi, perché è la chiave per la felicità.
Preziose e sagge parole, le tue. Grazie Cristina! Un abbraccio