L’altro giorno ho assistito a una scena abbastanza comune, ma che mi ha fatto riflettere: un bambino che stava cominciando a camminare, facendo i primi goffi tentativi di tirarsi su in piedi. Prima puntava i piedini, poi le manine e poi tirando su il sederino, provava a perdere l’equilibrio per un attimo e a sollevare la testa, per poi tentare di muoversi in avanti e fare il primo passo. La prima volta non gli è riuscito, ci ha provato ma appena ce la stava facendo, è franato a terra. Niente paura, un piccolo accenno di pianto, ma poi ancora, di nuovo, ci ha ritentato, testardo e determinato come solo i bambini sanno essere. Dietro c’era una mamma premurosa e curiosa di vedere fin dove si sarebbe spinto, e se provava e prendergli le manine per dargli più stabilità, lui la scacciava, intenzionato a fargli vedere che da solo ce l’avrebbe fatta. La scena si è ripetuta un paio di volte, quando al terzo tentativo, il piccolino ce l’ha fatta a stare in piedi per qualche secondo, ad accennare due piccoli passetti per poi ricadere sul pannolino. Ma questa volta niente pianti, ma un sorriso da guancia a guancia, per la soddisfazione di non aver mollato mai e di esserci riuscito da solo, di aver dimostrato a se stesso che ne valeva la pena ancora una volta.
Perché anche in amore non può essere così? Al primo goffo tentativo di amare – goffo perché nessun amore, nessuna relazione è perfetta – che magari finisce male, facendoci cadere con il culo per terra e il cuore in frantumi, basta, smettiamo di lottare e di crederci. Ci sembra di aver già dato tutto, di non dover più dimostrare niente a nessuno, men che meno a noi stessi. Ci sembra giusto poi passare il tempo a recriminare, a dare la colpa a chi doveva sostenerci e invece non era lì dietro di noi, a chi doveva proteggerci e invece ci ha abbandonati, ci sembra corretto passare dalla parte di quello che le ha provate tutte, quando invece ci ha provato una volta sola, e l’uno è il numero più vicino allo zero, ma non all’infinito. E così preferiamo rimanere tutta la vita culo a terra, piangendo e lamentandoci, invece che provare a rialzarci e ricominciare a camminare. Il pianto è giusto, è sintomo di spavento per quello che è successo, ma non deve diventare la scusa per non provare a essere migliori, a lottare per la nostra felicità. A noi adulti piace dare la colpa all’amore, dire che non esiste, piuttosto che riconoscere che siamo noi che abbiamo scelto di stare seduti per terra ad aspettarlo, invece che corrergli incontro.
È questo quello che mi piace dei bambini: la loro convinzione di essere invincibili, di poter fare quello che vogliono e di poterci anche riuscire, di non fermarsi ai no detti dalla mamma, ma di provarci comunque a fare quello che hanno in testa, e se cadono o si fanno male, avere quella forza e quell’incoscienza di ritentare, di andare avanti, di non fermarsi. Forse dovremmo fare così anche con l’amore: viverlo come se fosse invincibile, non fermarci davanti alle difficoltà o ai primi problemi e se soffriamo a causa sua o ci fa del male, avere quella forza e quell’incoscienza di ritentare, di andare avanti, di non fermarsi. Perché ne vale la pena, fosse anche solo per quei brevi secondi in cui si barcolla alla cieca verso l’ignoto, ma si ha il cuore pieno di felicità.
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