L’emozione più grande per voi nell’ultimo periodo? Per me è stato un taglio di capelli. Sì, un gesto banale, ripetitivo, cadenzato dalla ricrescita della chioma, per qualcuno un momento di relax nella vita frenetica, per altri solo una scocciatura e un inutile esborso di soldi, comunque sia, per tutti un appuntamento usuale, per niente speciale con la propria bellezza e la cura di sé.
Ottobre
Teo si presenta davanti a me con il rasoio elettrico, deciso a far piazza pulita sulla testa della sua folta chioma, ai tempi lunga, lucente, di un bel nero corvino, dei capelli bellissimi. “Ma amore, han detto all’ospedale che con questa cura non dovresti perderli”, “Non mi interessa: già la chemio mi dà ansia, non voglio dover aver paura di trovarmi delle ciocche per le mani. Non ce la farei”. A quel punto, facendomi coraggio, mi sono armata del rasoio e ho rasato quasi a zero la sua testa. La chemio avrebbe fatto il resto: non abbiamo mai saputo se li avrebbe persi davvero, ma quello che so è che la cura ne ha spento lucentezza e salute, lo notavo dalla corta ricrescita mensile. Ogni mese, infatti, per tagliare la testa al toro e non dover soffrire nel vedere andata parte della sua bellezza, mi si ripresentava di fronte, chiedendomi di ripassare sulla cute come Attila, lasciando dietro la mia mano il nulla. Ogni volta era un colpo al cuore, perché voleva dire che il calvario ancora non era finito, ma se questo lo aiutava a stare meglio, allora stavo meglio anch’io. In parte soffriva molto di questa cosa: Teo ha sempre adorato i suoi capelli, gli piaceva variare i tagli, tenerli cortissimi o lunghi a seconda dell’umore, delle mode, della stagione. Averli dovuti rasare l’ha fatto stare male, perché per lui significava tornare a essere una sola cosa: un malato di cancro, come se fosse uno stigma. E non c’era verso di fargli capire che era comunque bello, che non li avrebbe comunque persi: la paura di aggiungere ulteriore dolore a quello già procurato dalla malattia era per lui insostenibile, memore del suo passato recente.
Giugno
“Vado dalla parrucchiera a vedere se ha posto”, “Sì, effettivamente quei capelli hanno bisogno di una sistemata. Si vede che te li ho tagliati io”. La tac è andata bene, queste cure sono finite. Dopo un’ora: “Ma sei già qua? Hai fatto presto”. E giù i lucciconi: perché vederlo con quel crestino, seppur niente di esageratamente scolpito o difficile da realizzare, significava che un primo passo verso la felicità lo avevamo fatto, che poteva ricominciare a essere un ragazzo ‘normale’ della sua età, che non avremmo dovuto passare l’estate dentro e fuori dall’ospedale. Ci siamo abbracciati forte.
Un semplice taglio di capelli, atteso come si attende di tornare in superficie quando si è sott’acqua: tornare a respirare dopo un periodo passato in apnea, ringraziare per qualcosa che diamo troppo spesso per scontato, sapore di libertà.
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