Mi è sempre piaciuta l’idea di nascere sotto Natale, quei giorni che precedono la festa più bella dell’anno, carichi di attesa, di affetto e di buoni sentimenti. Per carità, io amo il mio giorno di nascita, che sa di mosto e di foglie rosse, ma se avessi avuto la possibilità di scegliere un’altra data, avrei sicuramente indicato questo periodo dell’anno. Perché nonostante il freddo, le giornate più corte e la mancanza di sole, mi sembra che in giro ci sia più calore e più luce, forse perché quando si avvicina il Natale istintivamente tutti accendiamo il meglio dentro di noi e lo portiamo al di fuori. E perché per una famiglia in attesa dell’evento più bello, la nascita di un figlio proprio in questi giorni rappresenta una gioia doppia, un dono dal cielo, l’occasione per dire: “Ora siamo famiglia!”. Ecco, tu sei nato in questi giorni qui, ormai trent’anni fa. I tuoi genitori ti hanno dato un nome che significa…
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Il mio Natale perfetto
Quand’ero piccola per me il Natale arrivava solo se succedevano alcune cose: la prima era ovviamente fare l’alberello e il presepe insieme alla mia famiglia. Si andava nel ripostiglio a prendere gli scatoloni impolverati, li si portava in salotto, si aprivano e si incominciava a dar vita e colore all’abete finto con palline di ogni foggia e colore e le lucine a intermittenza. Una volta finito l’albero, si approntava il ripiano del mobile con del muschio finto per ricreare la Natività e dar vita ad un presepe che somigliasse il più possibile alla Betlemme di due millenni fa, con la capanna, la stella cometa e lo stuolo di pastorelli e contadini, accorsi a vedere Gesù Bambino. Così sembrava già più Natale, ma non era ancora il Natale perfetto, se non si scriveva la letterina a Babbo Natale, che però puntualmente portava poco o niente di quanto richiesto. È vero che io ero solita essere prolissa e chiedere troppe cose, alcune…
A letto, cercandosi le mani
Ultimamente non dormo bene. Troppi pensieri per la testa. Mi corico, mi rilasso e la mia mente va, vaga tra i pezzi che dovrò scrivere l’indomani, le cose che dovrò fare, chi dovrò chiamare, le mail che dovrò mandare, le preghiere da dire affinché i miei affetti stiano sempre bene… Insomma, ora che prendo sonno, è sempre ormai notte fonda. Sapete quando è stato l’ultimo sonno beato e sereno che mi sono fatta? Qualche sera fa, quando mi sono addormentata da seduta in una posizione scomodissima sul divano di Teo, con la testa appoggiata al suo petto, le sue braccia intorno a me… e il suo ginocchio nella schiena. Eppure ho dormito per due ore, che mi sono parse lunghissime e che mi hanno rigenerato. Tornare poi a casa, sotto la pioggia e infilarmi in un letto troppo freddo è stato traumatizzante. E non c’entrano l’inverno, le basse temperature o l’umidità che ti entra nelle ossa. No, la notte è…
Grazie!
“Thank you India Thank you terror Thank you disillusionment Thank you frailty Thank you consequence Thank you thank you silence”. Alanis Morissette Ieri era il quarto giovedì di novembre. Voi direte: embè? Era un giorno uguale agli altri: ho fatto la spesa, il bucato, sono andata a prendere la bimba a scuola etc. E invece no: mentre noi vivevamo una giornata di ordinaria follia, in America era il Thanksgiving Day: milioni di famiglie si sono sedute intorno allo stesso tavolo con i propri famigliari e amici e insieme hanno ringraziato Dio per quanto di bello e buono è capitato loro durante l’anno o nella vita in generale. Davanti ad un tacchino ripieno, ci si riconcilia, ci si confronta, si ritorna a scoprire il contatto fisico e umano in un’era di social network, si parla, si ride. Si vive. Ho sempre pensato che a tavola non si può mentire, ognuno si svela per quello che è: c’è quello taciturno che mangia…
Stay angry, stay choosy
Questa settimana abbiamo imparato una parola inglese nuova: choosy, ovvero schizzinoso. Lo schizzinoso è di solito colui a cui non piace nulla, a cui fa schifo tutto, che non si accontenta mai, un po’ pretenzioso e lamentoso. Io da piccola ero schizzinosa all’ennesima potenza. Non mangiavo mai due cose nello stesso piatto, oppure non volevo che mi venisse servito il secondo se il piatto era sporco di sugo o altro. Ricordo che quando mia madre cambiava il pannolone a mia sorella, mi ripromettevo ogni volta che io mai e poi mai da grande lo avrei fatto. Lo stesso pensavo quando vedevo sempre mia madre lavare e cambiare mio nonno allettato. Poi crescendo, la trasformazione è stata lenta e graduale ma significativa: poco a poco, dovendomi prendere cura io della mia sorellina e merito sicuramente anche dell’inevitabile processo di maturazione, ho perso alcune delle mie fastidiose abitudini e ho cambiato idea riguardo a certe situazioni, ragionando che se la vita ti…
Piccole cose
“Tu che sei nata dove c’e’ sempre il sole | sopra uno scoglio che ci si può tuffare | e quel sole ce l’hai dentro il cuore, sole di primavera | su quello scoglio in maggio è nato un fiore”. Amo questa canzone, la sua delicatezza, la sua poesia, le parole che cantate dalla voce lieve di Concato acquistano ancora più senso. Pare che l’abbia scritta per la nascita della sua primogenita e io, sebbene non sia nata a maggio, l’ho fatta mia. Sono nata all’inizio dell’autunno, quando il sole si nasconde dietro le nuvole, ma se decide di uscire ti scalda il cuore; quando gli alberi si tingono di giallo e rosso e le foglie, dopo una stagione di speranza, decidono di abbandonarsi a terra per lasciar spazio a nuova vita; quando le giornate passate al mare con gli amici cedono il passo alla cioccolata calda e fumante, condita da buone chiacchiere davanti al caminetto; quando, raccolta nel tuo…
La lezione più importante
Guardo i miei e li vedo ridere. Li vedo felici come due bimbi davanti al loro pacchetto natalizio, emozionati e agitati come se chissà dove dovessero andare. Li ho appena salutati, in partenza per il weekend di benessere che io e mia sorella abbiamo regalato loro in occasione del loro trentesimo anniversario di matrimonio. Glielo abbiamo regalato, anche se come battuta, amiamo spesso ripetere loro: “Anche se trent’anni fa non ci avete invitato!”. Però, mi sarebbe piaciuto esserci stata. Per vedere se e come mia mamma, giovanissima, era emozionata. Per osservare mio padre e vedere se il volto tradiva la tensione. Per conoscere mio nonno, un grande uomo, a detta della mamma. Per vedere due giovani scambiarsi grandi promesse e prendere un impegno che avrebbero dovuto portare avanti insieme tutta la vita, senza sapere cosa il futuro avrebbe riservato loro. Due figlie, molti sacrifici, qualche difficoltà lungo il percorso… Ma come potevano saperlo, trent’anni fa? Perché alla fine il matrimonio…
Dieci anni
Dieci anni. Dieci anni sono un tempo piccolissimo o grandissimo, a seconda dei punti di vista. In dieci anni può cambiare tutto o niente. In dieci anni un bambino impara a camminare, parlare e contare. In dieci anni la moneta unica europea è crollata sotto i colpi del capitalismo. Dieci anni: il tempo che ci vuole magari a una persona timida per conquistare la sua anima gemella. Dieci anni: il tempo che serve a un piccolo amico ‘peloso’ per stravolgerci la vita. Dieci anni: il primo compleanno in doppia cifra, uno di quelli che ricorderai per sempre. Dieci anni: il tempo che serve più o meno a uno studente per diventare medico, tra tirocini e svariate lauree. Dieci anni: il tempo che intercorre tra i venti e i trenta, tra i trenta e i quaranta… l’intervallo che ti costringe a fare un bilancio. Dieci anni sono un nonnulla forse per la Storia, ma sono un’eternità per la storia di ciascuno…
Mai più lontani
Basta. Son stufa. Non voglio più essere ‘farabuttata’, mai più. No, niente a che fare con disonesti o farabutti, nel vero senso della parola. Solo un termine nuovo, inesistente, coniato da una coppia che si diverte quando sono insieme, che stanno bene, fin troppo. Se esistesse un dizionario delle parole inventate, lo trovereste di sicuro, con accanto questa definizione: Farabuttare = azione del mandare a casa nel cuore della notte il proprio/la propria fidanzato/a, costringendolo alle rigide temperature invernali o all’afa estiva. Il primo esempio di uomo ‘farabuttato’ fu Luca, un nostro amico, che stanco di staccarsi dalla morosa e di affrontare il viaggio in macchina ogni sera, decise di chiederla in sposa, per mettere fine a quest’epopea. Dalla storpiatura del suo cognome, venne coniato il termine in esame. Ecco, sì. Reciterebbe più o meno così. Solo che in quel caso, come nelle migliori tradizioni, il farabuttato era sempre l’uomo, che per amore della bella, affrotava ogni tipo di intemperie.…
Il mio sogno più grande
Settimana scorsa ho toccato il cielo con un dito. Sono stata in paradiso. Niente Hawaii, Bora Bora o simili, mi sono solo trasferita 5 km più in là rispetto a casa mia, a casa del mio moroso. Approfittando dell’assenza dei miei suoceri, in vacanza sulla riviera romagnola, abbiamo fatto le prove tecniche di convivenza in vista di un eventuale futuro a due e… Ed è stato dannoso, deleterio, perchè è stato troppo bello. Ora non riesco a pensare ad altro, non riesco più a farne a meno, come un drogato in crisi d’astinenza. Sapevo già che lui è speciale, ma non fino a questo punto: un uomo che si alza solo per farvi la colazione, che cucina per voi la sera, che vi prepara l’aperitivo, che vi spina il pesce, pur di farvelo mangiare, che vi prepara la schiscetta al mattino… voi come lo definireste? Tutte queste attenzioni, questi piccoli gesti d’amore mi facevano venir voglia di lavare i piatti,…