La parola beatitudine secondo il dizionario significa: “perfetta felicità derivante dalla contemplazione di Dio concessa alle anime del Paradiso”. Senza sconfinare troppo nel religioso, potremmo estenderne il significato a un senso di felicità assoluta, pieno appagamento.
Come quando nasce un figlio, si viene gratificati per un qualcosa che abbiamo fatto, si finisce di sferruzzare il maglione appena in tempo per il compleanno del fidanzato, si guida tornando a casa dal lavoro e davanti a noi si stagliano le montagne al tramonto, lui ci chiede di sposarlo, l’operazione di un nostro caro è andata a buon fine… Momenti intensi, di vera gioia, in cui non esiste niente o nessun altro, solo noi e la nostra pace interiore.
Quanti sono i momenti così in una vita? Quanti ce ne concediamo? Perché la beatitudine la si può anche cercare: il libro preferito, una sedia a dondolo davanti al camino e un raggio di sole che filtra dalla finestra: non è forse la felicità questa? Oppure tu e lui, una pizza, il film preferito, risate e coccole? O ancora, stereo a manetta, le canzoni del cuore e ballare fino allo sfinimento, solo per sentirsi vivi?
Dovremmo concedercene di più, di momenti così, dovremmo dare più peso al bene che può fare un momento felice. Sederci su una panchina, con il sole sul viso, e assaporare la felicità. Sentirsi fortunati, sentirsi beati. Fermarsi a respirare, sentirsi vivi, come mai abbiamo fatto prima. Questa è la felicità.

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