Tutti noi sin dalla nascita siamo proiettati nell’immortalità: a nessuno a nessuna età viene in mente che prima o poi, un giorno, non ci saremo più. Per questo tendiamo a procrastinare, a rimandare a domani quello che non abbiamo voglia di fare oggi, dicendo: “Tanto c’è tempo”. C’è tempo domani per scrivere quell’articolo che oggi non ho voglia di scrivere, per mettersi a dieta, per chiedere scusa, per progettare una vita insieme, per organizzare un matrimonio, per fare un figlio… C’è tempo domani, tanto abbiamo tutta la vita davanti. Un orizzonte di spazio infinito per tentare di essere felici, per provare a vivere. Che di solito la parola fine compare solo prima dei titoli di coda, e i titoli di coda in un’esistenza scorrono solo in prossimità di quella comune ai più come vecchiaia.
Ma se così non fosse? Se il destino volesse tirare il sipario e far finire lo spettacolo molto prima? Se a trent’anni tu fossi costretto a vivere, conoscendo già più o meno la data di scadenza? Se fossi costretto a consumarti, a darti tutto nel minor tempo possibile, cosa faresti? C’è chi si dispererebbe forse per tutto il tempo perso prima e rimarrebbe pietrificato dalla paura nell’attesa che la luce si spenga; e chi invece tenterebbe di sovvertire il destino, di provare a cambiare le carte in tavola, tentando di vivere fino in fondo, senza farsi poi troppe domande su cosa succederà domani. Perché domani potrebbe anche non arrivare mai.
“Non chiedo tanto: arrivare ai 50 anni e poi quello che deve succedere, succeda…”. “Eh, ci proviamo, vediamo…”. Una risposta poco incoraggiante, specialmente se tu hai 33 anni e a dartela è il tuo medico, che sa tutto della tua situazione, molto più di quello che sai tu. Potrebbe essere anche destabilizzante, indurti a non reagire più, a smettere di lottare, tanto se non posso sognare la vecchiaia, che differenza può fare un anno in più o in meno? E non è facile nemmeno per chi sta accanto: che coraggio ci vuole andare incontro a un destino così avverso, al fianco di colui che avresti abbracciato per tutta la vita, chiedendoti fino a quando durerà? Sarebbe più facile scappare via prima dal dolore, anche se non è così certo che si soffrirà di meno. Perché se un amore è grande, è impossibile stargli lontano, è più forte della paura di soffrire, della voglia a volte di fuggire.
Ieri ci hanno comunicato che la seconda tac di controllo è andata bene, che l’inquilino molesto pian piano sta facendo i bagagli, anche se ci vorrebbe davvero un miracolo perché se ne vada via del tutto. Noi stiamo lavorando per quel miracolo, per il nostro lieto fine, senza troppe aspettative. Una fiaba dai piedi per terra, amo definirla io. Ogni tre mesi avremo l’esame, un’occasione per capire, oltre a se le cure stanno facendo effetto, se stiamo agendo bene oppure no, se ci stiamo giocando tutte le nostre carte oppure no. Se ci sarà ancora tempo oppure no. A trent’anni non abbiamo un orizzonte infinito davanti, ma per ora abbiamo un orizzonte, e questo è ciò che conta. Di tre mesi in tre mesi proveremo a fare quello che i nostri coetanei di solito progettano a lunghissimo periodo. Non avendo a disposizione l’eternità, proveremo a racchiuderla in un istante dietro l’altro.
Perché “la vita è un’opera di teatro che non ha prove iniziali. Quindi, canta, ridi, balla, ama, piangi e vivi intensamente ogni momento della tua vita, prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi”. Che di solito l’eternità ce la prefiguriamo così lontana, così immensa, ma poi sta tutta qui: in un attimo che valga la pena di essere vissuto, nel sorriso di chi vuole meritarsi istante dopo istante.
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