Il cancro è un dono? Lasciate che vi racconti non una, ma la mia, la nostra storia.
Questa è la faccia di due giovani, che la mattina stessa si sono dovuti svegliare alle 6 per recarsi in ospedale per l’esame che ogni tre mesi decreta una sentenza. Questa è la faccia di due giovani che hanno messo in attesa la loro esistenza, una vita in cui la musichetta in sottofondo suona all’infinito e non smette, non smette mai. La sua è la faccia di una persona stanca, trasfigurata dal dolore, sfinito dalle cure, che spesso vuole farla finita, ma che sempre continua a lottare perché sa che non ha scelta, se vuole rimanere qui. La mia è la faccia della paura nascosta da un sorriso, della sospensione, dell’attesa. Alla nostra età, quando i nostri coetanei frequentano gli ospedali per fare morfologiche o amniocentesi, noi attraversiamo il reparto di oncologia, per farci dire se c’è ancora un futuro.
A volte ci chiediamo se valga la pena essere così ostinati nell’aspettare un domani, ma poi ci rispondiamo che sì, vale sempre la pena se si hanno ancora sogni da realizzare e baci da regalare. E forse sta qui il vero dono: l’averci fatto conoscere l’affetto vero, riscoprire il valore della famiglia, capire cosa conta davvero nella vita, l’importanza di un sorriso.
Resta il fatto che avremmo voluto scoprirlo in altro modo o meglio, avremmo fatto anche a meno di tanta consapevolezza, ché spesso vivere nella bambagia è meglio. Perché il cancro è una merda, uno schifo. Svegliarti nel cuore della notte per sentire se respira, sussultare a ogni suo sospiro, tremare come una foglia a ogni referto medico, aver paura a rimanere incinta perché non sai se ci sarà una famiglia non è vita. È solo una montagna di merda che ti viene spalata addosso con una tale veemenza che a volte ti vien voglia solo di arrenderti.
Il cancro non è un dono, ma nemmeno una sfiga. A Babbo Natale non mi verrebbe mai in mente di chiederglielo come regalo; al massimo chiederei la mia vita di prima, ma quale prima, se nemmeno mi ricordo com’era?
Cara Nadia, capisco cosa volevi dire e quello che dici è sacrosanto. Ma se c’è una cosa che il cancro mi ha insegnato è imparare a essere cauta, a proteggermi, a soppesare bene le parole, a rifiutare di mettermi in cattedra quando si parla di dolore, perché ogni dolore è sacro. Ti auguro di proseguire nella tua battaglia, di fare tanti passi avanti e di uscirne vittoriosa. Ma anche di imparare a fare un passo indietro quando necessario. Essere silenziosa presenza, concreto esempio, senza parole. Ecco il vero dono.
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